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RECENSIONE "L'ARMINUTA" DI DONATELLA DI PIETRANTONIO

domenica 7 marzo 2021

 

“A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre. Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse. Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa. La porta non voleva aprirsi, qualcuno dall’interno la scuoteva senza parole e armeggiava con la serratura. Ho guardato un ragno dimenarsi nel vuoto, appeso all’estremità del suo filo. Dopo lo scatto metallico è comparsa una bambina con le trecce allentate, vecchie di qualche giorno. era mia sorella, ma non l’avevo mai vista. Ha scostato l’anta per farmi entrare, tenendomi addosso gli occhi pungenti. Ci somigliavamo allora, più che da adulte.”

 

Questo è l’incipit de “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, romanzo ambientato in un Abruzzo di fine anni ’70 e inizi anni ’80. E' la storia di una ragazzina di tredici anni riaffidata alla famiglia originaria dopo anni trascorsi con chi, per lei, era la sua vera famiglia. Un distacco senza troppi convenevoli, unica compagna di viaggio una valigia, piena di vestiti e di tanti interrogativi.

 

“Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.”                                                                                                                                                                                                                              

Al suo arrivo, ad accoglierla, Adriana, sua sorella, presenza che si rivelerà importante anzi, fondamentale, nel corso della sua vita.

 

“Ero l’Arminuta, la ritornata. Non conoscevo quasi nessuno ancora, ma loro ne sapevano più di me sul mio conto, avevano sentito le chiacchiere degli adulti.”

 

È una storia dolorosa, pungente, brutale. E non potrebbe essere altrimenti perché quello di cui si parla è un doppio abbandono, il passaggio da una vita fatta di poche mancanze ad una costellata di litigi fra fratelli e condivisioni.

 

“Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia mia madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro.”

 

Una narrazione cruda ma allo stesso tempo delicata, mai esagerata. L’autrice ha la capacità di dire il giusto, senza eccedere nelle descrizioni ma lasciando intuire al lettore il giusto messaggio.

Un libro che mi sento di consigliare a chi, almeno una volta nella vita, si è sentito confuso e spaesato.

 

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