Slider

italia category
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post

RECENSIONE "L'ANNUSATRICE DI LIBRI" DI DESY ICARDI

martedì 2 novembre 2021


L’ANNUSATRICE DI LIBRI

Desy Icardi

407 pagine

Fazi Editore

Data uscita: 28 febbraio 2019

Vuoi acquistarlo supportando il mio lavoro? Clicca il link di affiliazione Amazon Clicca Qui

 

TRAMA

 

Torino, 1957. Adelina ha quattordici anni e vive con la zia Amalia, una ricca vedova, parsimoniosa fino all'eccesso, che le dedica distratte attenzioni. Tra i banchi di scuola, la ragazza viene trattata come lo zimbello della classe: alla sua età, infatti, non è in grado di ricordare le lezioni e ha difficoltà a leggere. Il reverendo Kelley, suo severo professore, decide allora di affiancarle nello studio la brillante compagna Luisella. Se Adelina comincerà ad andare meglio a scuola, però, non sarà merito dell'aiuto dell'amica ma di un dono straordinario di cui sembra essere dotata: la capacità di leggere con l'olfatto. Questo talento, che la ragazza sperimenta tra le pagine di polverosi volumi di biblioteca, rappresenta tuttavia anche una minaccia: il padre di Luisella, un affascinante notaio implicato in traffici non sempre chiari, tenterà di servirsi di lei per decifrare il celebre manoscritto Voynich, "il codice più misterioso al mondo", scritto in una lingua incomprensibile e mai decifrato. Se l'avidità del notaio rischierà di mettere a repentaglio la vita di Adelina, l'esperienza vissuta le lascerà il piacere insaziabile per i libri e la lettura. In un appassionante gioco di rimandi letterari, il romanzo di Desy Icardi racconta dell'amore per i libri attraverso la storia di una lettrice speciale. Intrecciando le vicende della zia Amalia, tra modisterie e palchi del varietà negli anni Trenta, a quelle di Adelina, che arriveranno a sfiorare il mondo dei segreti alchemici, «L'annusatrice di libri» ci consegna una commedia avvincente e paradigmatica sul valore dei libri sviluppata con briosa ironia e grande garbo.

 

IL PENSIERO DI FRANCI

 

“Tutte le brave scolare si somigliano, ogni scolara somara è somara a modo suo». Una lieve risatina proruppe dal primo banco, subito seguita da una risata più grossolana. «Signorine!», le zittì il reverendo Kelley aggrottando le ispide sopracciglia grigie, mentre la povera Adelina se ne stava impalata accanto alla cattedra con lo sguardo rivolto al pavimento e le sottili trecce di un color biondo spento che, come il suo umore, pendevano verso il basso.”

 

Adelina, giovane adolescente, si prepara ad affrontare il suo primo, grande cambiamento: il trasferimento a Torino, a casa della zia. Un nuovo inizio per lei, abituata alla campagna, che si ritrova in una nuova scuola e con delle nuove compagne con le quale intessere rapporti. Ma non solo: scoprirà anche di avere una dote eccezionale: la capacità di leggere i libri non con gli occhi ma attraverso il naso, grazie ai profumi ed alle sensazioni che scaturiscono dalle parole impresse sulla carta. Questo farà di lei “l’annusatrice”, un ruolo che deve necessariamente essere protetto, perché qualcuno potrebbe voler guadagnare sulla sua capacità…

 

Desy Icardi ha di nuovo fatto breccia nel mio cuore. Dopo aver letto “La ragazza con la macchina da scrivere” posso confermare di aver ritrovato le stesse, piacevoli sensazioni donate dalla sua scrittura, così fluida e scorrevole e dal suo ritmo regolare. Una storia che parla di libri, del loro valore e della loro importanza; una storia costruita con protagonisti che con i libri hanno un legame unico, ciascuno per la propria personalità. Se amate i libri e non riuscite a farne a meno questo è il libro che fa per voi.

 

“Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta.”

 

Ed io sono d'accordo con il pensiero di Adelina: che vita sarebbe senza libri? 

RECENSIONE "LA BELLA INDIFFERENZA" DI ATHOS ZONTINI

lunedì 4 ottobre 2021


"Sottopelle una scossa, un segnale d’allarme. Gli occhi fissi sul display del telefono, cancellò l’ultimo aggiornamento meteo, una promozione della compagnia telefonica, le offerte di un sito d’abbigliamento. Sembrava una mattina come le altre finché non rimise il cellulare in tasca e alzò lo sguardo: intorno a lui la solita folla di impermeabili, professionisti in abito grigio, venditori ambulanti, cani al guinzaglio, genitori e figli per mano, studenti, coppie abbracciate sulle panchine, ma nessuno aveva più gli occhi, il naso, la bocca. Erano sparite le facce.”

 

“La bella indifferenza” di Athos Zontini, edito Bompiani (che ringrazio, nella persona di Marta, per avermi proposto questa lettura e per avermi inviato il cartaceo), è un libro travolgente, pieno di dolore e di interrogativi. Un libro che per me è stato molto difficile da digerire, una lettura non troppo piacevole, un pugno nello stomaco che ancora fa male.

 

Certo, alzare gli occhi dal cellulare ed accorgersi di non essere più in grado di vedere i volti delle persone deve essere scioccante, ed ammetto che questa sensazione di oppressione, apnea e angoscia l’autore riesce a trasmetterla benissimo.

Ed è stato forse proprio questo che ha reso la lettura pesante, a tratti fastidiosa.

 

Il protagonista, Ettore Corbo, sembra non voler accettare la sua condizione di “malato”, e nonostante cerchi di affidarsi a pareri di esperti, delle loro teorie poi non si fida. È un uomo dalla personalità debole, commercialista per eredità di famiglia e non per scelta. Un uomo che lotta da una vita con sé stesso e che si trova, improvvisamente, a fare i conti con l’indifferenza di chi lo circonda, moglie, parenti, colleghi, sordi alle sue grida di aiuto.

 

Un romanzo intenso, legato molto all’interiorità del singolo lettore, un libro che scava, scava e scava.

Con il senno di poi credo di averlo letto nel momento sbagliato; è una lettura che richiede un enorme impegno, soprattutto mentale, ed una grande volontà di mettersi in discussione.


RECENSIONE "FUTILITA'" DI FRANCESCO FIORENTINO

martedì 10 agosto 2021


“Se un marito s’innamora di un’altra, invia avvertimenti che vengono recapitati puntualmente anche alla più distratta delle mogli. Chiara lo aspettava alla stazione. Già salutandosi da lontano erano imbarazzati: lui si è limitato a un cenno del capo e a un sorriso, mentre lei ha iniziato a saltellare sul posto”

 

Ugo e Chiara, entrambi cinquantenni, sono alle battute finali del loro matrimonio. Ugo, professore di storia dell’arte, soffre l’incedere inesorabile dell’età; ha paura che gli anni che passano portino via con sé parte del suo sex appeal. Chiara, di professione medico, passa molto tempo con un suo collega Roberto, più giovane di lei. Un perfetto ménage a trois dove Roberto sta al suo posto e dove tutto sembra restare in equilibrio. Nessuna rivalità e nessuna gelosia perchè Ugo non vede più Chiara come un qualcosa che desidera. Stare insieme è comunque un piacere, anche senza intimità fisica.

 

Per convincersi di essere ancora un uomo piacente ha persino avuto una relazione con un’allieva, finita però, dopo le sue varie promesse (da marinaio) di lasciare la moglie. Ugo non ne ha il coraggio. Decide allora di prendersi un anno sabbatico e vola a Parigi, dove incontra Emanuele, suo cugino, personaggio interessante tanto quanto fragile. Da quando è rimasto vedovo salta da una relazione all’altra con donne più giovani, tutte possibili donne della sua vita che alla fine si dimostrano essere molto lontane dal modello da lui desiderato.

 

Ed è a Parigi che incontra Sofia, molto più giovane di lui, per la quale perde la testa.

Sofia ha le idee chiare sulla relazione che vuole vivere, sarà in grado Ugo di soddisfare le sue volontà?

 

“Futilità” è un romanzo che parla di passione, tradimenti e cambiamento. Una lettura scorrevole e semplice che mi ha lasciato un po' di amaro in bocca.

Immaginare che ad un certo punto della vita, impauriti dal futuro o dalla vecchiaia, ci si rifugi nelle banalità per cercare di dare un senso alla propria esistenza, mi ha fatto storcere un po' il naso. Sono però assolutamente convinta, e lo dico a malincuore perché la cosa mi provoca tanta tristezza, che all’interno di questo romanzo ci sia tanta, tantissima verità.




RECENSIONE "TI VEDO PER LA PRIMA VOLTA" DI DIEGO GALDINO

lunedì 2 agosto 2021


“Josephine si sforzò di resistere all’impulso di scuotere il foglietto di carta impressionabile, un gesto sbagliato che fanno sempre tutti. Attese qualche minuto, con i pensieri ancora intorbiditi dal sonno, e intanto si passò sulla tempia un fazzoletto di stoffa inumidito. Finalmente tornò a posare lo sguardo sulla polaroid, dove nel frattempo era emerso il suo volto inquadrato nello specchio del bagno. Dalla ferita sulla fronte scendeva un rigagnolo di sangue. Niente di grave, si disse, ma al tempo stesso era sconfortata dal fatto che nonostante le mille precauzioni continuassero a succederle questo tipo di incidenti.”

 

Josephine soffre di narcolessia; è abituata ad addormentarsi nei posti più impensabili e nei momenti meno opportuni. Per esorcizzare la malattia è abituata a scattarsi una foto ad ogni risveglio, così da poter ricordare.

Perché ci sono cose che si possono solo ricordare, e Josephine purtroppo lo sa. Nei suoi pensieri c’è sempre la sua mamma, che non ha potuto conoscere perché è morta mentre la dava alla luce.

 

Ma Josephine scoprirà che la storia della sua vita contiene una bugia, tenuta segreti per anni e che sarà Lorenzo, suo fratellastro, a svelarle. Sarà una notizia che cambierà la sua vita, costringendola ad affrontare le sue paure e le sue incertezze. Ma che le donerà anche ciò che ha sempre cercato, l’amore.

 

“Vorrei portarti a fare una passeggiata, in città, al mare, al lago, mettermi seduto con te su una panchina e guardarti come si guarda una donna unica, ascoltarti, parlarti, farti sentire importante, dandoti l’attenzione che meriti. Vorrei essere l’uomo che ti conosce meglio di qualsiasi altro essere vivente e che, a differenza del resto del mondo, ti ha visto per come sei veramente, una donna capace di fare la differenza nella vita di chi ti sta vicino. Ma non voglio essere per te una cassetta di sicurezza, o una cassaforte. Voglio solo essere quello che alla fine della giornata chiude il museo, spegne le luci e si assicura, prima di andare via, che l’opera più preziosa della mostra sia ancora al suo posto al centro della sala principale.”

RECENSIONE "EPPURE CADIAMO FELICI" DI ENRICO GALIANO

lunedì 12 luglio 2021


“È per questo che a Gioia piacciono tanto le parole intraducibili, quelle che si appunta sul taccuino ogni volta che le capita la fortuna di trovarne. Sapere che ci sono parole che in altre lingue non esistono l’ha sempre trovata una cosa affascinante, quasi magica.”

“… sono intraducibili non nel senso che sia impossibile tradurle bensì nel senso che non lo si deve fare, perché sono bellissime così come sono, intraducibili e misteriose, col loro suono tutto strano eppure musicale, sbilenco e perfetto in una volta.”

 

Gioia “Maiunagioia” Spada, 17 anni, solitaria, “strana”, non è la classica adolescente che tiene alla cura del suo aspetto, Gioia è una ragazza dalla quale tutti stanno lontano perché l’apparenza li spinge a rifiutarla, l’unico che sembra accorgersi di lei e l’unico con il quale ha voglia di parlare è il Professor Bove, docente di filosofia. Tonia è la sua migliore amica. Ma non esiste. È solo una sua fantasia.

La sua casa non è il luogo più sicuro e felice dove stare, lei preferisce starne fuori, divertendosi anche a stilare una lista di tutto ciò che vorrebbe fare pur di non far ritorno a casa dove sa che troverà la mamma ubriaca in compagnia di qualche “amichetto” e la nonna costretta a letto.

 

“Lei non odia la gente, odia solo le bugie: e il casino è che quasi sempre le due cose corrispondono.”

 

Ed è proprio una sera che Gioia, dopo essere scappata di casa durante un litigio dei genitori, incontra Lo, fuori da un bar chiuso, in un posto a lei sconosciuto, intento a giocare a freccette. Un incontro nel quale lei sente che c’è qualcosa di strano, dove prova qualcosa al quale non riesce ad associare nessuna parola.

 

“Il fatto è che certe cose le puoi dire solo a chi sai che le può capire. Che è anche il motivo per cui parliamo così poco, di quello che ci importa davvero.”

 

Un incontro che sarà il primo di una serie dove Gioia e Lo si scoprono, si respirano.

Ma un segreto incombe nel passato di Lo, un segreto che Gioia è costretta a scoprire, un segreto che le costerà tantissimo.

 

“Il punto sta sempre alla fine e non cambia poi tanto: ma le virgole stanno dentro, e cambiano tutto.”

 

Questo è un romanzo che ho amato, profondamente, con tutta me stessa.

Non è facile raccontare le sensazioni di un adolescente in perenne contrasto con i genitori, parlare di quell’amore che fa staccare i piedi da terra e volare. Galiano però ce la fa, con estrema semplicità, disegnando un personaggio puro, vero, come quello di Gioia. Un personaggio nel quale ognuno di noi può specchiarsi e riconoscersi.

 

“Per Gioia la maggior parte della bellezza del mondo se ne sta lì, nascosta lì, nelle cose inutili: nelle cose che cadono, nelle cose che tutti buttano via.”


RECENSIONE "VESUVIO" DI MARCO D'AMORE E FRANCESCO GHIACCIO

lunedì 14 giugno 2021

 
"Quattro scooter sbucano a mille all'ora dall'oscurità di Port'Alba. Hanno il motore truccato e fanno casino e puzza, schizzano fuori dall'antica porta come sputati dalla bocca fetente di un orco. <Nun ce veco niente> grida Federico, accendendo i fari. Tutti lo imitano. Federico è alla guida del primo scooter, ha gli occhi blu e i suoi capelli biondi sono scossi dalla velocità. Sfreccia sicuro, schiena dritta: sembra un principe in guerra al comando della sua armata."


Federico è uno dei protagonisti di "Vesuvio", scritto da Marco D'Amore e Francesco Ghiaccio, edito DeAgostini, che ringrazio per l'invio della copia cartacea. 


"Federico, tredici anni corsi d'un fiato, non ha paura, sa che Napoli non lo tradirà mai, sa che in quei vicoli è tutto magico e, allo stesso tempo, tutto vero e spietato, tutto da conquistare."

 Nonostante la sua "tenera" età Federico incute timore, anche nei più grandi. Lui è il capobanda, figlio del grande boss Gennaro Licata, conosciuto in tutta Napoli. Susy è la sua rivale da quando ne ha memoria, anch'essa adolescente, capobanda e figlia di un altro grande boss della città. Le loro giornate trascorrono fra scorribande fra clan che, spesse volte, vedono primeggiare la ragazza. Federico fatica a mandare giù un boccone amaro come quello della sconfitta da parte di Susy e cerca di vendicarsi, più volte, creando un meccanismo che mi ha ricordato molto le puntate di "Gomorra". 


In Federico troviamo la fragilità di un figlio che ha perso la madre, che gioca a fare il duro perchè sulle spalle porta un peso grandissimo, il suo cognome, con tanta voglia di dimostrare al padre di essere qualcuno, meritevole di attenzione, Susy, con il suo essere così attenta e riflessiva sulle sue scelte e decisioni, colpisce per la sua maturità. Due personaggi che si completano con i loro difetti e le loro qualità. Due ragazzi costretti a crescere troppo in fretta, buttati in mezzo a lotte antiche, intestine, dalle quali emergere è più complicato del previsto. 


"Chi perde non è niente, non tiene le palle."


Un messaggio molto forte quello che hanno voluto lanciare gli autori: l'amore può essere il cambiamento, il deporre le armi non è sinonimo di debolezza ma bensì di forza ed intelligenza. Tutto dipende da noi.     

La lettura è stata molto veloce, poco più di un centinaio di pagine che, grazie ad un linguaggio semplice e lineare, sono scivolate via senza nemmeno accorgermene.

RECENSIONE "FIORI D'ORIENTE" DI CONNY MELCHIORRE

sabato 29 maggio 2021



"Il freddo pungente di questa assurda mattina di febbraio sembra tagliarmi le gote. Sottili fiocchi d'acqua neve s'intravedono riflessi nella fioca luce dei lampioni. Il mio cuore è in tumulto, consolato solo dalla presenza di mia madre, accorsa per tenermi compagnia, in questa stramba avventura."


Questo è l'incipit di "Fiori d'Oriente" di Conny Melchiorre, che ringrazio infinitamente per avermi contattato e per avermi inviato la copia cartacea del suo romanzo.


Questa è la storia di Flavia, pronta a sostenere il suo ultimo esame prima della desiderata laurea. Ultimo esame molto temuto per via del professore che la interrogherà, Zeno Martini, sul quale girano tantissime voci che lei non sa se possano essere vere o false. La sua preparazione nella materia le frutterà il massimo voto elargibile e la proposta, da parte del docente, di un viaggio, insieme ad altre studentesse, in Grecia e Turchia, per svolgere una ricerca storica. 


Un viaggio che sarà non solo un'opportunità di conoscere e studiare un paese straniero ma soprattutto una possibilità di analisi e di crescita per le protagoniste piene di paure e di segreti mai confessati. 


Una libro che si legge molto velocemente grazie alla scrittura scorrevole e condita da descrizioni che rendono il tutto più realistico e tangibile. Un plauso a Conny per aver parlato di donne, delle particolarità, dei difetti e delle paure che le contraddistinguono. 


Un libro che consiglio a chiunque abbia voglia di viaggiare con la mente, di riscoprire il valore dell'amicizia ed a chi ha ancora qualche incertezza personale da risolvere.


"Bisogna sempre osare. Meglio sbagliare che avere rimpianti."



RECENSIONE "I LEONI DI SICILIA" DI STEFANIA AUCI

lunedì 24 maggio 2021

 

“Il terremoto è un sibilo che nasce dal mare, s’incunea nella notte. Gonfia, cresce, si trasforma in un rombo che lacera il silenzio. Nelle case, la gente dorme. Alcuni si svegliano con il tintinnio delle stoviglie; altri quando le porte iniziano a sbattere. Tutti, però, sono in piedi quando le pareti tremano. Muggiti, abbaiare di cani, preghiere, imprecazioni. Le montagne si scrollano di dosso roccia e fango, il mondo si capovolge.”

 

Ed è proprio con un terremoto che si apre la storia della famiglia Florio, raccontata nel romanzo “I leoni di Sicilia” di Stefania Auci, edito Nord.

 

Ci troviamo in Calabria, più precisamente a Bagnara Calabra, nell’autunno 1799.

A svegliarsi, nel cuore della notte, a causa del terremoto, sono Paolo e Ignazio Florio, Giuseppina, moglie di Paolo, ed i figli Vittoria e Vincenzo.

Il terremoto, per i fratelli Florio, ha il sapore della perdita perché proprio a causa di uno di essi persero i loro genitori.

 

Sceglieranno, per cercare di fuggire da questa terra spesso scossa da terremoti (ma non solo), di partire alla volta di Palermo, alla ricerca di un po' di fortuna, che troveranno grazie all’apertura della loro aromateria, un negozio specializzato nella vendita di spezie. Il loro successo ed il passaparola del loro cognome faranno sì che molte gelosie ed invidie nascano, soprattutto da parte dei concorrenti che faranno di tutto per mettere loro i bastoni fra le ruote.

 

Ignazio e Paolo sono molto diversi fra loro; Ignazio è un uomo tranquillo mentre Paolo è risoluto, determinato, pronto a lasciarsi alle spalle un passato doloroso, alla ricerca di una seconda possibilità. Diverso il discorso per Giuseppina, legata alla sua casa ed alla sua terra. La scelta di emigrare in Sicilia sarà per lei fonte di molta preoccupazione e ansia, una decisione che non accetterà mai, nemmeno da vecchia, e che la costringerà a frequenti discussioni con il marito Paolo.

 

Le cose che le donne non dicono sono più di quelle che gli uomini possono mai capire.

 

Il tempo passa e con lui si porterà via Paolo, vittima di una malattia.

Sarà Ignazio a prendere il suo posto a capo dell’aromateria e istruirà il nipote Vincenzo per potergli, in futuro, passare il testimone.

Vincenzo sarà fondamentale per l’evoluzione dell’attività di famiglia perché la sua determinazione, il suo essere curioso e sfacciato, gli darà la possibilità di ottenere grandi successi.

 

Lo stile e la scrittura di Stefania Auci rendono la lettura scorrevole e piacevole, le descrizioni dei luoghi sono tante ma mai noiose. In questo romanzo si parla di famiglia, dell’affetto verso i propri cari e la propria terra e anche di riscatto, della ricerca di una seconda possibilità, per una vita migliore.

 

Oggi, sempre per Editrice Nord, esce il seguito di questo meraviglioso romanzo “L’inverno dei Leoni” che correrò presto a comprare per ritrovare di nuovo quella magia che ho lasciato a fine lettura.

RECENSIONE "LA RINNEGATA" DI VALERIA USALA

lunedì 3 maggio 2021


“In una calda mattina di settembre, un fascio di luce avvolgente filtrò dalla finestra al primo piano di casa Murru e sfiorò la guancia di Teresa, come avrebbe fatto la mano di suo marito Bruno se solo gli affari non l’avessero trattenuto in città più del previsto. La donna aveva da poco dato alla luce Emilio, il loro terzo figlio, ma alcune complicazioni durante il parto l’avevano costretta a una sosta forzata.”


Teresa, protagonista del romanzo d’esordio di Valeria Usala “La rinnegata” edito Garzanti, è una donna forte, bella e determinata, e proprio queste caratteristiche fanno di lei il fulcro delle chiacchiere dei cittadini di Lolai, un piccolo paesino della Sardegna. Pettegolezzi e giudizi cattivi, forse troppo, per una donna come lei, amante della famiglia e grande lavoratrice. Teresa sa di essere diversa da tutti gli altri; lei non vuole essere solo una moglie e una madre, per lei essere donna (e bella) non significa non poter contribuire al sostentamento della famiglia ed è per questo che gestisce l’emporio vicino a casa, che, in poco tempo, ha reso la famiglia Murru piuttosto conosciuta in paese. 


“La vita ci da quello di cui abbiamo bisogno, mai quello che ci meritiamo”


È conscia degli sguardi degli uomini che si posano su di lei ogni volta che percorre le strade di Lolai. Sguardi bramosi, languidi, che donano un po' di frizzante alle loro vite ma che la feriscono, mai però quanto la feriscono le critiche e le cattiverie che si raccontano le donne, di nascosto, facendo capannelli dentro le case per non essere viste, sminuendo così ulteriormente il suo essere donna. 


La scrittura di Valeria Usala ci accompagna attraverso la vita di Teresa, dall’infanzia, non facile ma le ha permesso di costruirsi una corazza indistruttibile, alla vita adulta, anch’essa non parca di sofferenza e dolore, e lo fa grazie ad uno stile delicato e intimo, che smuove le sensazioni e le emozioni giuste al momento giusto.


Una storia che trasporta e ferisce ma che dona anche speranza. 

Troppe volte siamo stati costretti a sentire cose inaccettabili sulle donne e sulla loro intraprendenza, sulla loro ambizione e sul loro valore. In questo romanzo, a mio parere di alto livello, viene fatta luce sulla pericolosità di certe affermazioni, sulla falsità che si nasconde, a volte, dietro ai volti delle persone delle quali non sospetteremo mai; un bellissimo messaggio che ci viene regalato da una donna e dalla sua penna che non sembra affatto appartenere ad un’esordiente. 


Sono certa che di Valeria se ne sentirà parlare per lungo tempo…


RECENSIONE "QUELLO CHE NON SAI" DI SUSY GALLUZZO

venerdì 9 aprile 2021


“È la prima volta che ti scrivo dopo la tua morte. Sono a casa tua. Vengo spesso qui, almeno un paio di volte alla settimana. Ho lasciato tutto com’era, come volevi tu. Non ho tolto niente. La pulisco io, non permetto a nessuno di mettere piede qui dentro. Sistemo e risistemo il tuo armadio, faccio prendere aria ai tuoi vestiti, apro e riapro i tuoi cassetti.”

 

Protagonista di “Quello che non sai” di Susy Galluzzo edito Fazi Editore, uscito giusto ieri, è Michela, Ella.

 

“Ho cercato di imitarti, sciommiottandoti, e in questo modo ho dato il meglio di me a mia figlia, facendole godere le tue briciole. Ma non sono neanche la più piccola parte di te, noi siamo sempre state troppo, troppo diverse.”

 

Michela è mamma di Ilaria, 13 anni. “E’ la mia vita. E anche la mia morte”, questo dice Michela di sua figlia. Con lei vive un rapporto di simbiosi, non accettato da Aurelio, il marito, per il quale la figlia è troppo dipendente dalla madre. Ad ogni discussione lei alza il telefono e chiama il padre per screditare la madre: una guerra senza vincitori né vinti. Ilaria ha qualcosa dentro che non riesce ad esprimere, c’è qualcosa che l’ha allontanata dalla sua mamma, un episodio che non riesce a spiegare e ad accettare.

 

Michela è una moglie che si prende cura della casa e della sua famiglia mentre il marito, cardiochirurgo di successo, si occupa dei suoi pazienti, allontanandosi (forse con un sospiro di sollievo) dalle responsabilità di padre.

Michela è una donna non capita, non stimata, non amata. Per il marito non è in grado di fare la madre; il loro è un rapporto di perenne disaccordo e di lotta.

Michela ha solo bisogno di amore, comprensione, di quegli abbracci silenziosi che valgono più di mille parole. Perché nel suo passato c’è stata tanta sofferenza, ha dovuto fare una scelta che le è costata cara, una scelta che ha inevitabilmente creato una crepa nel suo matrimonio.

 

Ma Michela è stata anche una figlia, ed in questo diario, scritto proprio alla sua mamma, si percepisce tutto l’amore che Michela provava nei suoi confronti. Un attaccamento profondo, viscerale, che, in assenza della fisicità della madre viene riversato sugli oggetti che ancora, dopo 15 anni, sono nella sua casa natale.

 

“C’era quella straordinaria sensazione di amore assoluto tra di noi, Mamma. Qualcosa di irripetibile o che almeno io non sono capace di ricreare con mia figlia.”

 

Michela vive con il suo senso di colpa che ad un certo punto, però, deciderà di lasciare andare.

Lo farà nel momento in cui capirà di avere bisogno, di volere un’altra possibilità, quella di diventare una nuova Michela, libera, consapevole, felice.

 

Un romanzo che mi ha lasciata con gli occhi lucidi ed un groppo alla gola impossibile da mandare giù.

Una storia forte, che mi ha ricordato che l’amore non può essere mai dimenticato, nemmeno dopo tanto dolore.


RECENSIONE "BLU" DI GIORGIA TRIBUIANI

martedì 30 marzo 2021


“Blu, riapri gli occhi. Chiudili. Aprili e chiudili: tre. Aprili e chiudili: quattro. Aprili e chiudili, cinque. Non vorrai che accada qualcosa di brutto – aprili e chiudili, sei – a tua madre: non vorrai che tua madre – aprili e chiudili, sette – finisca al manicomio.”

 

“Blu” di Giorgia Tribuiani, edito Fazi Editore è la storia di Blu, un’anima tormentata, incompresa dai suoi coetanei, solitaria.

Lo è sempre stata, sin da bambina, quando ai suoi compleanni partecipavano i bambini del condominio per fare numero o quando a scuola il banco accanto al suo rimaneva sempre, costantemente vuoto.

 

“Oh Blu: che pena, hai diciassette anni e mezzo e nessuno che ti si sieda accanto per contare quante volte, in un’ora, puoi cancellare il tuo volto.”

 

Parto subito parlandovi delle sensazioni che la penna di Giorgia è riuscita a trasmettermi.

La lettura di questo libro è avvenuta in una sorta di apnea perenne, un po' come succede quando si legge un thriller, con i sensi sempre all’erta.

Un’apnea positiva, perché “Blu” è un romanzo-puzzle, composto da un mix di introspezione, amore, ossessione, solitudine e dolore in parti uguali.

 

La protagonista, Ginevra, detta anche Blu, ha diciassette anni, è una ragazza un po' bambina, ma a volte anche già donna.

È un’appassionata di arte; lei disegna, lo fa continuamente, ma poi cancella, e ricomincia, perché il disegno perfetto non l’ha ancora fatto.

 

Un giorno Blu incontra Dora, e lo fa durante un’esibizione di performance art di quest’ultima, nuda, dentro ad una vasca da bagno. E da qui tutto diventa ossessione.

 

Blu è ossessionata dalla figura di Dora, dalla magia che il suo sguardo ed il suo respiro sprigionano. La cerca sui social, freme quando il pallino verde indica che è online, le vuole scrivere, le scrive, vuole incontrarla di nuovo, vuole studiarla.

Lei che è sempre stata dura con sé stessa, lei che ha paura di sé stessa, che spesso si sente in colpa per tutti quei pensieri che le passano per la testa e per quel senso di godimento che prova davanti al dolore altrui.

 

“Chi si infila nelle ferite per creare dipendenza è una droga o una malattia, e in ambi i casi è il male.”

 

“Blu” è una lettura graffiante, scomoda, se vogliamo fastidiosa. Non è un libro semplice. A mio avviso, è un libro destinato a chi vuole provare emozioni forti e vere nel corso della lettura, a chi si vuole mettere a nudo, a chi ha voglia di capire realmente sé stesso. Ginevrablu, a fine lettura, vi lascerà un profondo senso di confusione: le sue riflessioni e le sue ossessioni non vi lasceranno scampo.


RECENSIONE "IO RESTO" DI VALENTINA MACCHIARULO

mercoledì 10 marzo 2021

 

Lei.

 

“Che fosse una donna passionale ne sono sempre stato consapevole, ma oggi ha davvero qualcosa di diverso dal solito: una parte del suo essere, rimasta nel buio per troppo tempo, è riuscita finalmente a evadere, a trovare spazio tra la folla delle sue personalità e a mostrarsi con determinazione, come mai aveva fatto prima.”

 

Una “Lei” nel quale possiamo trovare un pezzo di noi, nella quale possiamo totalmente immedesimarci oppure trovare totalmente estranea.

Una “Lei” raccontata dai sentimenti e dai ricordi provati dai quattro protagonisti di questa storia, nella spasmodica attesa del suo arrivo, riuniti in un salone.

Perché Lei non è ancora arrivata; è in libreria, per la presentazione del suo primo romanzo, scritto, soprattutto, grazie al prezioso aiuto dei quattro.

 

Emil, la sua guida, colui che è riuscito a portarla sempre sulla via più equilibrata, quella che sarebbe stata in grado di farla sentire pienamente sé stessa; il signor Tim, la spalla sulla quale sono state riversate preoccupazioni e paure; Tati, l’amica inseparabile, la sua coscienza, colei che le ha costantemente ricordato di essere una DONNA e non solo una moglie e una mamma; Donna Melina, la sua confidente, il cassetto nel quale custodire la propria vita; Nanè, la piccola bambina che con la sua ingenuità e curiosità l’ha aiutata a gioire delle piccole cose, proprio come sanno fare i bambini.

 

È grazie ad ognuno di loro se Lei è riuscita a crescere ed a trovare un equilibrio nonostante le molteplici rinunce che ha dovuto fare,

 

“Bisognerebbe imparare presto a capire che a definire una strada difficile o faticosa da percorrere non è la distanza dalla sua meta, né le sue salite o i passaggi più ripidi e irti. Il suo grado di difficoltà è dato dallo stato d’animo con cui la affrontiamo.”

 

se è riuscita a sentirsi di nuovo femmina, valorizzando il proprio corpo e la propria anima

 

“Era così concentrata a cercare amore dagli altri da essersi dimenticata che lei stessa è amore, così pura e bella, senza costruzioni alcune e senza artefici di bellezza, essendo semplicemente lei.”

 

e anche se ha smesso di avere paura del trascorrere inesorabile del tempo, e quello, beh, fa paura un po' a tutti.

 

“Ho lavorato per tutta la vita così tanto su me stessa che ho perso di vista il tempo. Sempre alla ricerca di un modo particolare di essere, di una femminilità che rubasse verità agli anni, di una superficialità che mi rendesse più semplice le varie conquiste.”

 

Ed è grazie a loro se sceglie di restare.

 

“Resto, perché io non so andare via senza far rumore, senza causare un brivido”

 

In questo libro c’è un concentrato di vita così potente da togliere il fiato. Le parole scivolano via veloci, non per essere inghiottite ma per attaccarsi al cuore.

Valentina ha una mano magica, ciò che prende forma dai suoi pensieri è un regalo, un regalo che non si può non comprendere e non apprezzare.

 

Alla fine di questa lettura mi sono sentita totalmente piena di vita, arricchita sotto tutti i punti di vista.

Ho percepito un forte desiderio di Valentina di raccontarsi, attraverso queste pagine, e sono state molte le volte in cui mi sono sentita anche io Lei.

 

Io resto.

 

La frase più bella che ci si possa sentir dire.

Perché suona come una certezza: nel corso della vita ho attraversato tempeste, visto arcobaleni, riso, pianto, urlato e baciato, ma, guardandomi indietro capisco che, restare e guardare avanti, è l’unica cosa da fare.


RECENSIONE "L'ARMINUTA" DI DONATELLA DI PIETRANTONIO

domenica 7 marzo 2021

 

“A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre. Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse. Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa. La porta non voleva aprirsi, qualcuno dall’interno la scuoteva senza parole e armeggiava con la serratura. Ho guardato un ragno dimenarsi nel vuoto, appeso all’estremità del suo filo. Dopo lo scatto metallico è comparsa una bambina con le trecce allentate, vecchie di qualche giorno. era mia sorella, ma non l’avevo mai vista. Ha scostato l’anta per farmi entrare, tenendomi addosso gli occhi pungenti. Ci somigliavamo allora, più che da adulte.”

 

Questo è l’incipit de “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, romanzo ambientato in un Abruzzo di fine anni ’70 e inizi anni ’80. E' la storia di una ragazzina di tredici anni riaffidata alla famiglia originaria dopo anni trascorsi con chi, per lei, era la sua vera famiglia. Un distacco senza troppi convenevoli, unica compagna di viaggio una valigia, piena di vestiti e di tanti interrogativi.

 

“Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.”                                                                                                                                                                                                                              

Al suo arrivo, ad accoglierla, Adriana, sua sorella, presenza che si rivelerà importante anzi, fondamentale, nel corso della sua vita.

 

“Ero l’Arminuta, la ritornata. Non conoscevo quasi nessuno ancora, ma loro ne sapevano più di me sul mio conto, avevano sentito le chiacchiere degli adulti.”

 

È una storia dolorosa, pungente, brutale. E non potrebbe essere altrimenti perché quello di cui si parla è un doppio abbandono, il passaggio da una vita fatta di poche mancanze ad una costellata di litigi fra fratelli e condivisioni.

 

“Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia mia madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro.”

 

Una narrazione cruda ma allo stesso tempo delicata, mai esagerata. L’autrice ha la capacità di dire il giusto, senza eccedere nelle descrizioni ma lasciando intuire al lettore il giusto messaggio.

Un libro che mi sento di consigliare a chi, almeno una volta nella vita, si è sentito confuso e spaesato.

 

RECENSIONE "MUORI PER ME" DI ELISABETTA CAMETTI

domenica 21 febbraio 2021

 

Fin dove ti spingeresti per avere successo?

Esiste qualcosa di più doloroso della paura?

Esiste una libertà al di fuori della gabbia in cui sei costretto a vivere?

 

“Muori per me” di Elisabetta Cametti, edito Piemme, è un thriller con la T maiuscola.

La sua trama intrigante e soprattutto contemporanea è riuscita nell’intento di tenermi incollata alle pagine fino a notte fonda e mi ha spinto a pormi domande alle quali sono riuscita a dare una risposta solo alla fine della lettura.

 

Al centro di questo romanzo ci sono le donne e le loro lotte per mantenere dignità ed integrità morale e per raggiungere la tanto agognata libertà.

 

“Quel giorno non sono morta, ma ho smesso di vivere per sopravvivere”.

 

Contrapposte a loro ci sono gli uomini, meglio se potenti e molto ricchi, all’apparenza disinvolti e ben educati ma dai risvolti grotteschi.

Tutto questo sullo sfondo di un mondo virtuale, quello dei social network, che tanto alterano la realtà trasformandola in un universo parallelo inesistente.

 

Ci troviamo nella Milano da bere, circondati dai suoi grattacieli e dalle sue luminarie. Ginevra Puccini è la fashion blogger numero uno al mondo, moglie di Volfango Vinciguerra, capo, insieme ai fratelli Vanessa e Vittorio, dell’omonima casa di moda, la 3V Fashion Group. I Vinciguerra vivono di perfidia e arroganza. Il loro unico interesse è il raggiungimento del massimo potere e per far ciò non sono soliti guardare in faccia a niente e nessuno.

 

“Era la prova di come correttezza, scrupoli e rispetto frenassero l’ascesa. Mentre determinazione e prepotenza conducevano dritto al successo.”

 

Leggeremo di party conditi da fiumi di alcol e droga, nei quali saranno coinvolte ragazzine bramose di successo, smaniose di diventare qualcuno, di avere qualche migliaio di follower e di like, che non avranno il coraggio di dire di no, diventando a loro volta vittime del sistema.

 

“La crudeltà è la madre di tutti i mali. Se ti tocca, non solo ti cambia: ti trasforma.”

 

È molto importante il messaggio che Elisabetta lancia all’interno delle pagine di questo romanzo: la potenza dei social network e la forza della eco che riescono a scatenare.

Elisabetta costruisce una trama superba miscelando ingredienti che rendono questo thriller un capolavoro: troveremo omicidi, sparizioni, scene di violenza, ma, anche negli episodi più crudi la scrittura di Elisabetta saprà essere diretta e tagliente pur non perdendo la sensibilità e la delicatezza che i temi trattati meritano.

 

Perché si parla di famiglia, di rapporto fra fratelli e sorelle, di maltrattamento degli animali, di violenza, abusi, di redenzione e di coraggio.

 

“Abituarsi al rumore significa permettergli di entrare a far parte della nostra quotidianità. Significa convivere con una tossina, che non si ferma ai timpani, ma penetra e scava a fondo. Ci distrae, ci innervosisce. Continua a martellarci dentro, coprendo ogni altra voce, anche quella dei pensieri. E come va a finire? Che per non ascoltare il rumore ci facciamo sordi e non sentiamo più. Poco alla volta diventiamo indifferenti. Insensibili. La cura è il silenzio. Un attimo di silenzio ha un potere rigenerante immenso. Quando fuori di noi tutto tace, ricominciano a parlare i sensi. E recuperiamo l’equilibrio.”

 

È la prima volta che affronto la scrittura di Elisabetta e, ad oggi, mi sto chiedendo: “Ma come ho fatto ad arrivare a 36 anni senza aver letto nulla di suo?”

Ergo: corro a recuperare gli altri romanzi!

 

Buona lettura

RECENSIONE "IO NON TI LASCIO SOLO" DI GIANLUCA ANTONI

giovedì 28 gennaio 2021


Un tale chiamato Albert Camus sosteneva che “La vita è la somma di tutte le tue scelte” ed io non posso che essere d’accordo.

Quando ho ricevuto la proposta di leggere questo romanzo in anteprima non ho avuto dubbi, ancora prima di cominciarlo sapevo che mi sarebbe rimasto aggrappato al cuore.

Caro Camus, una scelta che sicuramente ha arricchito il mio io!!

 

“Io non ti lascio solo” di Gianluca Antoni, è un esordio travolgente disponibile da oggi, 28 gennaio 2021, ed è il primo romanzo che inaugura il nuovo progetto editoriale Salani, Le Stanze.

 

La trama può apparire “sempliciotta”: due bambini che scappano nel bosco per cercare il cane di uno dei due, fuggito perché spaventato dal temporale, l’incontro con “l’orco” del paese, Guelfo Tabacci, indiziato anni prima per la scomparsa (ed il sospetto omicidio) del figlio, caso seguito dal maresciallo De Benedittis e, per finire, la scoperta di alcuni segreti tenuti ben chiusi in un cassetto a doppia mandata. Badate bene, ho detto può apparire.

Perché in realtà è tutt’altro. Molto altro.

 

Questa è la storia di Filo e Rullo, e della loro amicizia, nata sui banchi di scuola. Un’amicizia pura, come solo riesce ad essere questo rapporto fra bambini. Due bambini in realtà molto diversi fra loro, ma si sa, gli opposti si attraggono!

 

Filo è un bambino già cresciuto, un piccolo adulto. È coraggioso, determinato, conosce un sacco di cose, molte di più di quelle che può conoscere un bambino della sua età. È un bambino che sente molto forte il desiderio di differenziarsi, una sorta di ricerca di un senso di unicità.

 

Rullo, invece è un fifone ed è pure permaloso. L’idea di Filo di scappare per cercare Birillo non gli va a genio ma per amicizia decide di sfidare le sue paure e segue l’amico. Filo spesso non lo ascolta perché lo trova noioso e ripetitivo e non accetta il suo atteggiamento di fronte alle difficoltà, non gli piace che l’amico scelga sempre di lasciarsi andare, vorrebbe fosse più combattivo, tenace, proprio come lui.

 

"Meglio mal accompagnati da un amico cacasotto che soli, decisamente meglio."

 

Rullo però è un ottimo amico perché sa tenere un segreto.

 

"Perché la timidezza è solo uno scudo apparente di paura tra sé e lo sconosciuto, e che quando lo sconosciuto diventa conosciuto e abbatti lo scudo allora il timido mostra anche l’anima perché rimane senza difese.2

 

L’avventura di Filo e Rullo può dirsi piuttosto sconsiderata, scappano di casa alla ricerca di Birillo, il cane di Filo


"Io e Birillo siamo stati sempre un’unica cosa, dal giorno che ci siamo scelti."

 

ed in questa folle impresa faranno la conoscenza di Guelfo Tabacci, un uomo solitario, di poche parole e del suo fido amico Diablo. In paese tutti lo conoscono per il suo passato tetro e burrascoso; è stato accusato di essere un uomo violento e di aver ucciso il figlioletto di soli due anni. Guelfo si è sempre dichiarato innocente ma con il passare del tempo ha imparato a convivere con questa colpa che lo ha trasformato in un uomo ferito ed addolorato.

 

Nel corso di questa avventura Filo e Rullo incontreranno Scacco, un orfanello adottato dalla parrocchia ed Amelie, orfana anche lei e adottata dai nonni, e saranno costretti a fare i conti con le proprie debolezze e con le proprie paure, che nonostante la tenera età sapranno trasformare in punti di forza, da sfruttare a proprio vantaggio, ma soprattutto a scoprire una verità che mai avrebbero immaginato e con la quale dovranno convivere.

 

"Più saliamo, più mi prende lo sconforto: penso alla galassia, all’extraterrestre che ci guarda, a quanto siamo piccoli. E a come ci sentiamo grandi invece, nel voler fare questa cosa. Ma grandi non siamo. Siamo come un sassolino di questo sentiero contro il mondo intero, basta un niente per spazzarci via."

 

Antoni è riuscito in maniera superba ad entrare prepotentemente nell’animo, a scavare nel profondo grazie ad una scrittura semplice, scorrevole e ammaliante alternando i punti di vista dei protagonisti dandogli voce dalle pagine dei loro diari, nascosti all’interno del muro della cantina di Guelfo.

I temi affrontati in queste pagine sono molteplici: non si parla solo di amicizia e di valori, ma anche del rapporto genitore/figli, di quanto sia difficile, a volte, mostrarsi deboli e fragili, agli occhi dei nostri figli. Un genitore è un punto fermo, una sicurezza, è casa, ma è comunque un essere umano, con le sue ansie, paure, domande.

 

"Mica si può vedere sempre tutto. Vedi alcune cose, ti soffermi a osservarle e sparisce tutto il resto. Una cosa va in figura e il resto diventa sfondo, e nello sfondo la figura si perde, finché non torna di nuovo in figura, ma in quel momento la figura di prima si perde nello sfondo, è un ciclo infinito. Non c’è figura senza sfondo, né sfondo senza figura."

 

Viene fatta anche luce sul tema della violenza domestica e su quanto, purtroppo, non sempre ci sia una risposta tempestiva da parte delle forze dell’ordine.

 

Un romanzo vero, reale, tangibile; un flusso continuo di emozioni, di sensazioni, di brividi e pelle d’oca.

Per la prima volta nella mia vita ho amato tutti i personaggi perché in ognuno di loro ho trovato un pezzo di me.

Sono ritornata bambina, immaginandomi a correre a perdifiato lungo le stradine sterrate di montagna, con quell’ingenuità e leggerezza d’animo che contraddistingue l’infanzia per ritrovarmi poi adulta, mamma, a combattere con il quotidiano, a volte con i sensi di colpa e con tante piccole paure.

 

Un libro che consiglio a chi vuole sognare restando con i piedi per terra.

 

Grazie Gianluca, il tuo libro mi ha fatto semplicemente sentire VIVA, con i miei lividi e le mie cicatrici.

Grazie Riccardo ed a Salani per questa meravigliosa proposta di lettura.

 

  

RECENSIONE "IL CASO VUOLE" DI RICCARDO ZAMBON

martedì 12 gennaio 2021


Non c’è niente di meglio di una giornata di mare, goduta tra amici surfando onde altissime e veloci. L’occasione giusta per sfoggiare l’auto nuova, per far ingelosire qualcuno o per festeggiare una promozione col proprio compagno, godersi una passeggiata sul lungomare.

Ma non sempre tutto è come sembra.

Se lo è, potrebbe cambiare in un attimo.

 

Il titolo “Il caso vuole” non poteva essere più azzeccato. Ed in questo romanzo è proprio così.

È il Caso che tiene le fila ed unisce le vite dei protagonisti.

 

Fabio e la cugina Elena si apprestano a trascorrere qualche giorno di vacanza insieme ai rispettivi compagni, fra loro colleghi di lavoro, sul nuovo bolide del ragazzo. Il loro sarà un viaggio piuttosto tormentato, un ritorno ad un passato che per scelta era stato “dimenticato”, soprattutto da Elena, ma che, con prepotenza, viene riportato a galla. Lorenzo, dopo una giornata a surfare con gli amici ed un pranzo ristoratore, si mette in macchina e ritorna a casa dalla fidanzata. Pietro, alticcio dopo le svariate birre consumate al bar per “festeggiare” la perdita del lavoro, passeggiando sul lungomare si troverà faccia a faccia con un qualcosa che smuoverà in lui desideri repressi.

 

E all’improvviso sentì nostalgia. Di un tipo di vita che gli era mancata, probabilmente irrecuperabile. Di una normalità che per quanto banale a volte gli appariva necessaria o comunque rilassante.

 

Vite che apparentemente non hanno nulla in comune ma che nell’arco di poche ore si intrecceranno fino al finale, assolutamente inaspettato.

 

Un libro che durante la lettura ci trasporta, a turno, sulle auto dei nostri protagonisti, ad assistere a discussioni, riflessioni o silenzi.

Zambon ha costruito una storia che funziona accompagnandola ad uno stile scorrevole ed una scrittura chiara.

 

Innumerevoli sono state le sensazioni che mi hanno accompagnata durante la lettura.

Inizialmente ho provato fastidio che si è trasformato poi in compassione, tenerezza, pena per sfociare in un sorriso ad occhi lucidi. Per il quale ringrazio molto l’autore.

 

Certe coincidenze non possono accadere. 

RECENSIONE "C'E' CHI DICE DI VOLERTI BENE" DI SARA GAZZINI

giovedì 7 gennaio 2021


Mettete un giovedì sera di ottobre, un piccolo garage ed un gruppo di donne, senza nulla in comune (apparentemente) che raccontano le loro vicissitudini amorose.

 

“Già, nella mia mente ottobre non aveva mai avuto un ruolo, erano soltanto trentun giorni, anonimi come le innamorate che avrei aiutato. Con il centro invece avrei avuto finalmente la possibilità di dare a ottobre il suo senso: sarebbe diventato il mese delle ferite, di quelle che sembrano non smettere mai di sanguinare, ma che contro ogni aspettativa guariscono. Sì, avevo deciso: ottobre sarebbe stato il mese del riscatto.”

 

Così comincia il romanzo di Sara Gazzini, “C’è chi dice di volerti bene” edito Harper Collins. Un libro uscito nel 2017, che ho letto proprio nel mese di ottobre 2020 (giuro, è stato un caso!), e che merita di essere raccontato e soprattutto consigliato.

 

La protagonista è una donna che con l’amore ha sempre avuto un rapporto un po’ burrascoso; un matrimonio fallito, svariate delusioni amorose, un figlio ed un cane ai quali si dedica interamente da sola. Traboccante di esperienza nel campo decide di diventare una love personal trainer riunendo, nel suo piccolo garage, donne che hanno bisogno di sfogarsi, esprimersi e supportarsi, dando vita al Circolo delle “Innamorate anonime”.

Lei di amori non corrisposti, abbandoni e delusioni ne sa qualcosa, ma gli incontri con le altre donne accresceranno ancora di più la sua conoscenza sul tema.

 

“La verità è che l’amore devasta e confonde e ci induce a fare cose di cui in seguito ci pentiremo, come da ubriachi. L’amore è una bottiglia di vino. Di quello rosso e di almeno quindici gradi.”

 

Sarà impossibile non ritrovarsi, almeno una volta, nei racconti delle donne del gruppo. Perché chi di noi non è stata lasciata, tradita, delusa da un amore? Quante di noi hanno aspettato un uomo idealizzando un amore da favola, oppure hanno sofferto davanti ad un telefono muto, o ad un messaggio senza risposta?

 

Perché le donne possono trascorrere un intero weekend davanti alla tv in compagnia di una vaschetta di gelato e di un plaid guardando Love Story e I ponti di Madison County solo per la voglia di piangere a dirotto; possono stare chiuse in casa con indosso il pigiama di ciniglia e i calzini antiscivolo di Winnie The Pooh, ascoltando la stessa canzone all’infinito, visto che durante quella canzone lui le ha baciate la prima volta, ma ciò che ho sempre notato, e che si sta verificando anche in questo piccolo circolo de mal d’amore, è che, nonostante tutto, le donne non perdono mai la voglia di rialzarsi.

 

La scrittura della Gazzini è semplice, una penna intelligente, diretta ed essenziale.

Un romanzo che parla di donne, della loro tenacia e del coraggio nell’affrontare le situazioni, specie le più dolorose, senza mollare e rialzandosi qualora l’equilibrio le avesse fatte cadere a terra.

 

Un romanzo che consiglio a chi ha in casa una bella collezione di delusioni ed a chi non ne ha ancora avute.

Per ricordare la forza che nascondiamo dentro noi stesse ma che è sempre lì, pronta a venire fuori, in caso di necessità. 

BLOG TOUR "UN GIORNO TUTTO QUESTO" DI ANDREA LERARIO

martedì 5 gennaio 2021

Buongiorno lettori,

oggi il blog partecipa al Blog Tour del nuovo romanzo giallo di Andrea Lerario “Un giorno tutto questo”, edito Casta Editore. Oltre alla mia recensione, approfondirò la figura di Turi, protagonista principale della storia.

 

A Racitta, piccola cittadina siciliana affacciata sul mare, l’estate è piuttosto intensa. Non per via del caldo, al quale i cittadini sono bene abituati, ma bensì per le tre rapine che in pochi giorni hanno colpito le tre banche della città. Un evento che da solo non è servito a focalizzare l’attenzione degli abitanti quanto piuttosto il funerale del contadinello più povero del paese, Ciccino Mezzapelle, senza il becco d’un quattrino, al quale qualcuno ha organizzato una “festa” da migliaia e migliaia di euro con tanto di cavalli e calesse.

 

Ma chi? E soprattutto, perché?

 

Ecco che entra in scena il nostro protagonista, Turi Di Dio, colui che nasconde molto di più di quello che lascia trapelare. È il maresciallo dei carabinieri di Racitta, non per sua espressa volontà quanto per quella del padre, che lo ha fortemente indirizzato alla professione, e come si può bene immaginare, a lui verrà affidata l’indagine relativa alle rapine. Ma, curioso qual è, non potrà non interessarsi anche al maestoso funerale del Mezzapelle. E quello che scoprirà sarà piuttosto interessante…

 

“Una scelta è di chi una scelta ce l’ha”.

 

Turi, dilaniato dal dolore per la perdita della madre, lutto che non è ancora riuscito a superare nonostante siano passati 30 anni, è refrattario al dolore, cerca in tutti i modi di scappare da ciò che lo può provocare. È un uomo che dietro a comportamenti piuttosto rudi nasconde un animo gentile, posato ed educato. È fragile, debole, orgoglioso, troppo preso da tutto fuorché da se stesso. È sposato con Marcella, tipica donna del Sud, che non vede in lui “l’uomo di casa”, nonostante Turi, dopo anni trascorsi da scapolo, sia in grado di sopravvivere e di dedicarsi ad ogni attività domestica, quanto piuttosto colui che porta a casa la pagnotta (come si suol dire). Un matrimonio giovane, di soli due anni, con una cicatrice che Turi ha contribuito a lasciare, forse per via della sensazione di costrizione nel quale si ritrova, una vita scelta per sfuggire al mostro della solitudine.

 

“Il carattere era quello che era, ma il suo mestiere lo sapeva fare”.

 

Il suo linguaggio è diretto, a tratti volgare, condito da parolacce e da un complesso intercalare siculo che lo rende però il maschio che si vuole far credere.

Nel corso del romanzo lo vedremo alle prese con una forte crescita personale che gli permetterà di ritrovare e mettere a posto quei tasselli della sua vita andati perduti.

 

“Perché a perdere, è ovvio, un uomo può metterci anche tutta una vita; ma vincere, quello, è un affare immediato”

 

Un romanzo dalla trama delineata sin dall’inizio; non troverete colpi di scena eclatanti ma una scrittura lineare talvolta fin troppo descrittiva. Ammetto di essere stata rallentata, durante la lettura (ma questo è probabilmente un fattore puramente soggettivo), dalle troppe frasi in dialetto siciliano inserite che mi hanno costretta ad una rilettura per cercare di capirne il senso.


E Voi? Siete pronti ad incamminarvi per le stradine di Racitta? Magari, potreste incontrare proprio lui, Turi Di Dio, il maresciallo!

 

Powered by Blogger.
Theme Designed By Hello Manhattan
|

Your copyright

Your own copyright